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martedì 2 febbraio 2021

La vera storia dell'avvelenata


Francesco Guccini
Raccontare la storia de L’Avvelenata è importante, non solo perché riguarda una delle canzoni italiane più belle di sempre, ma anche perché ci dice molto sul mondo della musica.
È  uno sfogo, un grido di insofferenza.
Guccini, in realtà, non voleva neanche includerla in un album ma limitarsi a suonarla dal vivo.
Nel 1974 ed esce Stanze di Vita Quotidiana.
Recensendo il disco nel 1975 sulla rivista Gong, un giovanissimo Riccardo Bertoncelli, stronca Guccini scrivendo che “se ne esce fuori con un disco all'anno, ma si vede che ormai non ha più niente da dire”.
La reazione è durissima.
Qualche mese dopo l’uscita dell'articolo, Bertoncelli viene a sapere che Guccini ha scritto una canzone su di lui.
Non solo: in un’intervista su Muzak, viene definito dal cantautore “uno che non capisce niente, uno di quelli che scrive ancora Amerika con la kappa”.
È a quel punto che Bertoncelli, spinto soprattutto dalla curiosità, decide di incontrare l’artista.
Guccini lo invita nella sua casa di Via Paolo Fabbri 43 e i due, finalmente, fanno conoscenza.
Con somma sorpresa di entrambi, scoprono di piacersi e di avere interessi in comune.
Ma il nodo deve venire al pettine.
Così, dopo i convenevoli, Guccini suona dal vivo L’Avvelenata a Bertoncelli, spiegandogli di averla scritta di getto, in treno, in reazione a quella recensione.
Quel pezzo era la goccia che aveva fatto traboccare il vaso di un periodo complicato, teso, in cui Guccini da “personaggio pubblico”, si sentiva trasformato in “prigioniero pubblico”. 
Dopo aver suonato L’Avvelenata, Guccini si propone di togliere il nome di Bertoncelli, ma il critico si rifiuta categoricamente, dicendo che ormai, dopo essersi conosciuti, quell’omissis non avrebbe avuto più senso.
In ogni caso, il cantante lo rassicurò che quella canzone non sarebbe mai finita su un disco.
La storia ci insegna che andò diversamente e che L’Avvelenata divenne il pezzo di punta di Via Paolo Fabbri 43.
La formazione è quella di tutte le altre composizioni dell’album, con Ellade Bandini alla batteria (quella cassa ovattata e leggera che dà al pezzo un ritmo andante e timidamente carico), Ares Tavolazzi al basso e lo stesso Guccini alla chitarra acustica.
Gli arrangiamenti, come recita il retro di copertina del 33 giri, sono “condotti da Pier Farri su idee musicali di F. Ceccarelli e Ares Tavolazzi”.




giovedì 4 maggio 2017

Sgt. Pepper's Who's Who - Tutti i personaggi della copertina


Guardando un poster della copertina di Sgt. Pepper's, disco dei Beatles del 1967 che tra poco più di un mese compirà 50 anni, mi sono chiesto ma chi sono tutti quei personaggi raffigurati?
Dopo una certosina ricerca negli archivi on line delle riviste Rolling Stones Italia e XL ecco cosa è venuto fuori...
L’idea del disegno della copertina di Sgt. Pepper’s fu di Paul McCartney che se ne uscì con questa considerazione: “Riuniamo qui tutti i nostri eroi. Se questo è per noi un album speciale, dobbiamo avere in copertina persone che consideriamo speciali”.
Circondati dallo scetticismo generale, la Emi e il manager Brian Epstein erano contrari al progetto, gli artisti Robert Fraser e Peter Blake studiarono il design della cover.
Il quadro finale venne realizzato da Blake e fotografato da Michael Cooper nello studio dello stesso fotografo a Flood Street, Chelsea.
Shock e trionfo.
La storia racconta anche che Sgt Pepper's fu il primo album ad avere una copertina con apertura a libro.
I personaggi raffigurati sulla copertina sono: 1 Sri Yukteswar Giri (guru) 2 Aleister Crowley (occultista) 3 Mae West (attrice) 4 Lenny Bruce (comico) 5 Karlheinz Stockhausen (compositore) 6 W. C. Fields (comico) 7 Carl Gustav Jung (psicoanalista) 8 Edgar Allen Poe (scrittore) 9 Fred Astaire (attore) 10 Richard Merkin (artista) 11 The Varga Girl (opera del pittore Alberto Vargas) 12 Leo Gorcey (attore, immagine cancellata poiché Gorcey richiese un compenso) 13 Huntz Hall (attore) 14 Simon Rodia (architetto) 15 Bob Dylan (c’è bisogno di spiegazioni?) 16 Aubrey Beardsley (illustratore) 17 Sir Robert Peel (politico) 18 Aldus Huxley (scrittore) 19 Dylan Thomas (poeta) 20 Terry Southern (scrittore) 21 Dion DiMucci (musicista) 22 Tony Curtis (attore) 23 Wallace Berman (artista) 24 Tommy Handley (comico) 25 Marilyn Monroe (attrice) 26 William Burroughs (scrittore) 27 Sri Mahavatara Babaji (guru) 28 Stan Laurel (attore) 29 Richard Lindner (pittore) 30 Oliver Hardy (attore) 31 Karl Marx (filosofo) 32 H. G. Wells (scrittore) 33 Sri Paramahansa Yagananda (guru) 34 Anonima (in realtà un manichino) 35 Stuart Sutcliffe (membro della prima formazione dei Beatles, scomparso il 10 aprile del 1962) 36 Anonima (in realtà un manichino) 37 Max Miller (comico) 38 The Petty Girl (opera dell’artista George Petty) 39 Marlon Brando (attore) 40 Tom Mix (attore) 41 Oscar Wilde (scrittore) 42 Tyrone Power (attore) 43 Larry Bell (artista) 44 David Livingstone (esploratore) 45 Johnny Weismuller (attore) 46 Stephen Crane (scrittore) 47 Issy Bonn (comico) 48 George Bernard Shaw (scrittore e commediografo) 49 H. C. Westermann (scultore) 50 Albert Stubbins (calciatore) 51 Sri Lahiri Mahasaya (guru) 52 Lewis Carroll (scrittore) 53 T. E. Lawrence, più noto come Lawrence d’Arabia 54 Sonny Liston (pugile) 55 The Petty Girl (opera dell’artista George Petty) 56 Statua di cera di George Harrison 57 Statua di cera di John Lennon 58 Shirley Temple (attrice) 59 Statua di cera di Ringo Starr 60 Statua di cera di Paul McCartney 61 Albert Einstein (fisico) 62 John Lennon con un corno francese 63 Ringo Starr con una tromba 64 Paul McCartney con un corno inglese 65 George Harrison con un flauto 66 Bobby Breen (cantante) 67 Marlene Dietrich (attrice) 68 Gandhi (cancellato su richiesta della EMI) 69 Legionario dell’Ordine dei Bufali 70 Diana Dors (attrice) 71 Shirley Temple (attrice) 72 Bambola di pezza opera di Jann Haworth 73 Bambola di pezza raffigurante Shirley Temple, opera di Jann Haworth 74 Candeliere messicano 75 Televisione 76 Figura in pietra 77 Figura in pietra 78 Statua proveniente dalla casa di John Lennon 79 Trofeo 80 Bambola indiana 81 Pelle di tamburo disegnata da Joe Ephgrave 82 Narghilè 83 Serpente di velluto 84 Figura in pietra giapponese 85 Figura in pietra raffigurante Biancaneve 86 Nano da giardino 87 Tuba


mercoledì 6 agosto 2014

La leggera


"La leggera" è un canto popolare che parla di un frangente molto diffuso agli inizi del XX secolo.
In un'epoca in cui il lavoro stagionale era la normalità, seguendo flussi antichissimi, dall'Italia settentrionale molti lavoratori si recavano in Maremma, terra oramai soggetta alla bonifica Medicea ma ancora intesa come malsana, pericolosa, "strana".
Chi andava a fare la stagione nei campi di quelle zone, contadini poverissimi, doveva prendere un treno che arrivava passando dall'Appenino tra la Toscana e l'Emilia, il famoso "Trenino della Leggera" o semplicemente "Leggera".
Si chiamava così perché i suoi viaggiatori non avevano niente o quasi.
Nella valigia o nella sporta che si portavano dietro, c'erano, nella maggior parte dei casi, un tozzo di pane, una mela e un paio di scarpe sfondate.
Racconta l'etnomusicologa e cantante italiana Caterina Bueno, che raccolse la canzone a Stia, in provincia di Arezzo, nei primi anni '60: “Il treno che portava i lavoratori stagionali attraverso tutta la regione fino in Maremma, veniva chiamato il “Trenino della leggera”, dove “leggera” era un termine dispregiativo e canzonatorio con cui si indicavano i disoccupati, gli stagionali o comunque gli emigranti che, poverissimi, viaggiavano “leggeri” con una sola sporta…”.
Il treno, dunque, era la "Leggera" perché il bagaglio di chi vi viaggiava era fatto di niente.
Ma in quel treno, come in tutti i treni dei lavoratori, si cantava.
Cantare non aveva soltanto una funzione di svago e di passatempo, probabilmente era anche un sistema per cercare di farsi passare la fame, ma era, per molti, un mezzo per pagarsi il soldo che costava il biglietto.
Nelle stazioni, delle specie di bande di stagionali s'improvvisavano canterini e si esibivano chiedendo qualcosa.
Cantavano, spesso, canzoni inventate da loro stessi e il ritmo cadenzato della locomotiva sui binari scandiva e cullava le ballate satiriche, anti-clericali e libertarie che preannunziavano la rivolta sociale e il presagio della prossima migrazione di massa verso la lontana America.
Erano canzoni particolari, sovente rognose, e ancor più spesso piene di sogni d'una vita migliore.
E l'illusione di una vita migliore si avverte anche in questa canzone e consiste nel non dover lavorare come schiavi.
Quando i lavoratori cantano di lavoro, liberi di farlo nelle forme che preferiscono, il lavoro non fa una bella fine.
In canzoni come questa, il concetto di lavoro è ancora espresso nella sua forma bruta.
E il sogno di ogni bracciante è una settimana dove non si fa niente e si viene pagati.
Canzoni come questa sono piene di sarcasmo, perché chi le inventava e le cantava sapeva bene che cosa, invece, andava a fare.
Settimane, mesi a spaccarsi la schiena per una miseria.

Tra i moltissimi interpreti di questo brano i principali sono:

 Suonatori Terra Terra
  
Caterina Bueno


Ginevra Di Marco 


giovedì 20 marzo 2014

La donna è mobile

Dopo aver parlato del "Nessun dorma" ancora una volta parlerò di una romanza famosissima, interpretata più volte dai tenori di tutto il mondo, scritta da un altro immortale della musica operistica italiana.

"La donna è mobile" è la canzone che il Duca di Mantova, personaggio interpretato dal tenore, intona nel terzo ed ultimo atto del "Rigoletto", opera del 1851 di Giuseppe Verdi.



È uno dei brani operistici più popolari, grazie alla sua estrema orecchiabilità e al suo accompagnamento danzante.
Si racconta che Verdi ne proibì la diffusione prima dell'andata in scena dell'opera, al Teatro La Fenice di Venezia, per non rovinarne l'effetto.
Queste stesse caratteristiche di facilità ne fanno per altro uno dei bersagli favoriti dei detrattori di Verdi e dell'opera dell'Ottocento.
In realtà, "La donna è mobile" è musica da ascoltare nel suo contesto drammaturgico.
Il suo carattere triviale riflette il luogo, i bassifondi della città di Mantova, e la situazione in cui è cantata.
Con la sua superficiale leggerezza, perfettamente incarnata dalla musica, il duca riflette sulla propria personale visione di vacuità e imperscrutabilità femminile, ove la donna è vista come piuma al vento, suscettibile di cambiamenti tanto nei pensieri quanto nelle parole al primo mutare dell'umore e del corso degli eventi.
Di fatto, si prepara all'incontro con una donna di strada: Maddalena, sorella di Sparafucile, il sicario prezzolato da Rigoletto per fargli la festa.
Il senso della canzone non è dunque tanto nella sua prima esposizione, in forma completa e in due strofe, ma nei suoi due successivi ritorni.
Il primo ritorno avviene mentre il Duca sale le scale della casa di Sparafucile per andare a schiacciare un pisolino nel granaio, in attesa che Maddalena lo raggiunga.
Il brano viene solo canticchiato, rivelandosi realmente per quello che è, cioè una canzonetta, ossia quella che i musicologi definiscono musica di scena, che il Duca si diverte ad intonare.
I frammenti di melodia che il Duca omette qua e là sono intonati dal clarinetto, che in questo modo ci dà la chiave d'accesso al suo pensiero, dato che naturalmente il personaggio continua a pensare la melodia anche quando non la intona.
Ancora più interessante è l'ultima occorrenza, dopo che Sparafucile, su insistente richiesta di Maddalena, ha ucciso un viandante, di fatto la figlia di Rigoletto, in luogo del Duca.
Né questi né Rigoletto sanno nulla di quanto è accaduto.
Anzi, Rigoletto crede che il corpo che il sicario gli ha consegnato in un sacco sia questo del suo padrone e signore, e si appresta trionfante a gettarlo nel fiume Mincio.
È a questo punto che sente la vocina del Duca che, di lontano, intona la solita canzone.
Solo a questo punto "La donna è mobile" si rivela per quello che è: un capolavoro di ironia tragica, giacché solo il carattere triviale della musica le consente di stridere con tanta forza nel contesto drammaturgico.
Si noti che solo in quest'ultima occasione Verdi prescrive l'acuto finale ma piano, "perdendosi poco a poco in lontano", a rimarcare l'effetto della beffa.
Per quanto riguarda il testo della romanza, i versi di Francesco Maria Piave sono divisi in due strofe.
Ogni strofa si articola in due terzine formate da due quinari e un quinario doppio: un'irregolarità che costituisce un vezzo metrico sotto il quale si nasconde una più semplice struttura in quattro doppi quinari.

Testo

La donna è mobile
Qual piuma al vento,
Muta d'accento - e di pensiero.

Sempre un amabile,
Leggiadro viso,
In pianto o in riso, - è menzognero.

È sempre misero
Chi a lei s'affida,
Chi le confida - mal cauto il core!

Pur mai non sentesi
Felice appieno
Chi su quel seno - non liba amore!

La prima esposizione, in Si maggiore, è in tempo di Allegretto.
Il movimento ternario (in 3/8) è sottolineato dall'articolazione della terzina d'accompagnamento, il cui battere coincide col basso affidato agli archi gravi.
Tale basso, a conferma della scelta del compositore di utilizzare un registro stilistico popolare, non si muove dalla tonica Si per diciassette battute.
Benché l'orchestra includa anche la sezione degli archi, la scrittura è di tipo bandistico: la melodia del tenore, con le sue caratteristiche ricadute, è annunciata in modo pesante, a dispetto dall'indicazione di "pianissimo", da tutti i legni, oltre che da violini e violoncelli.
Il carattere popolaresco, quasi di stornello, è ribadito dalla semplice cadenza che chiude la strofa "con forza".
Segue una seconda strofa, identica alla prima tranne che per il testo, che in passato era frequentemente omessa nelle esecuzioni.
La seconda esposizione, mentre il Duca sale nel granaio, oltre che per gli interventi del clarinetto, differisce dalla prima per la condotta più legata, meno brillante della melodia.
D'altronde, come la didascalia specifica, il personaggio termina il suo canto "addormentandosi a poco a poco".
Gli impertinenti staccati iniziali, "La - don - na è..." e gli accenti aggiunti sul secondo movimento di battuta, a mo' di mazurca, "mo - bìl" ... "ven - tò", tornano invece nell'ultima esposizione, spezzata dal drammatico declamato di Rigoletto e conclusa sul Si acuto.
La presenza dell'acuto finale nelle precedenti esposizioni nasce da una tradizione che non tiene conto della volontà dell'autore.




Per chi volesse ascoltare il brano eseguito dal grande Enrico Caruso:
http://www.youtube.com/watch?v=aef9DGvZ8Qo

per chi volesse ascoltare la versione di Pavarotti:
http://www.youtube.com/watch?v=8A3zetSuYRg&feature=related

Nessun dorma

Una dei brani più belli e famosi della produzione operistica italiana che arriva direttamente dalle zone di cui sono originario.
Puccini ha infatti lo ha scritto nella sua casa di Torre del Lago.

Nessun dorma è una celebre romanza per tenore che fa parte della "Turandot".


È intonata dal personaggio di Calaf all'inizio del terzo atto.
Immerso nella notte di Pechino, in totale solitudine, il "Principe ignoto" attende il giorno nel quale potrà finalmente conquistare l'amore di Turandot, la principessa di ghiaccio.
La struttura della romanza è basata sull'alternanza tra strofa e ritornello.
Durante la strofa il canto del tenore non si espande oltre lo stile di un arioso e il discorso musicale è condotto dall'orchestra, le cui armonie, estremamente piccanti, sono addolcite da una timbrica diafana, basata sugli archi con sordina, arpa, celesta e legni.
La strofa sfocia senza soluzione di continuità in un ritornello costituito da una frase di otto battute basata su una melodia in Re maggiore di ampio respiro, costruita su versi novenari ben cadenzati, con gli accenti fissi sulle sedi quarta e ottava.
Il canto è reso espressivo dalle delicate dissonanze di seconda tra le note accentate, che coincidono con le sillabe pari, e gli accordi dell'orchestra.
Dopo una ripresa scorciata della strofa, di sole quattro battute, la melodia del ritornello viene intonata dal coro dietro la scena, che sostenuto dal tremolo degli archi riprende le parole del principe, mostrando il rovescio della medaglia, ossia rammentando le minacce di morte della principessa, qualora prima dell'alba nessuno fosse riuscito a scoprire il nome dello straniero "Il nome suo nessun saprà / E noi dovremo, ahimè, morir!".
Calaf completa la melodia con nuovo slancio e la romanza termina con una breve coda sulla parola "vincerò".
La voce del tenore tocca il Si acuto, ma l'impeto eroico è ammorbidito, alla maniera di Puccini, facendo scivolare la voce alla nota inferiore, mentre l'orchestra riprende a tutta forza la melodia principale in una tipica perorazione finale.
Il brano non conclude con una cadenza, bensì modula immediatamente nel successivo quartettino tra Calaf e le tre Maschere.
Per ragioni pratiche, quando la romanza è eseguita in forma di concerto, vi si aggiunge una sbrigativa e prevedibile cadenza finale, quanto mai lontana dallo stile dell'autore.
Libretto

Il principe ignoto
Nessun dorma!... Tu pure, o Principessa,
Nella tua fredda stanza
Guardi le stelle
Che tremano d'amore e di speranza.
Ma il mio mistero è chiuso in me,
Il nome mio nessun saprà!
Solo quando la luce splenderà,
Sulla tua bocca lo dirò fremente!...
Ed il mio bacio scioglierà il silenzio
Che ti fa mia!...
Voci di donne
Il nome suo nessun saprà...
E noi dovremo, ahimè, morir!...
Il principe ignoto
Dilegua, o notte!... Tramontate, stelle!...
All'alba vincerò!...

Spartito

Il principe ignoto
Nessun dorma! Nessun dorma! Tu pure, o Principessa,
nella tua fredda stanza
guardi le stelle
che tremano d'amore e di speranza...
Ma il mio mistero è chiuso in me,
il nome mio nessun saprà!
No, no, sulla tua bocca lo dirò,
quando la luce splenderà!
Ed il mio bacio scioglierà il silenzio
che ti fa mia.
Voci di donne
Il nome suo nessun saprà...
E noi dovrem, ahimè, morir, morir!
Il principe ignoto
Dilegua, o notte! Tramontate, stelle!
Tramontate, stelle! All'alba vincerò!



Per chi volesse ascoltare la romanza nell’interpretazione di Luciano Pavarotti:
http://www.youtube.com/watch?v=RdTBml4oOZ8

domenica 15 dicembre 2013

Memory

Memory è un brano musicale scritto da Andrew Lloyd Webber per il musical "Cats", andato in scena per la prima volta nel 1981.


Si tratta di uno dei pezzi più noti del compositore, ed uno dei più celebri brani di musical in assoluto, noto soprattutto per le celeberrime incisioni di Elaine Paige e Barbra Streisand.
Musicato da Lloyd Webber su un testo di Trevor Nunn ispirato a "Rapsodia in una notte di vento" di T.S. Eliot, viene cantato da Grizabella, una vecchia gatta emarginata che riflette sulla propria solitudine, ripensando alla giovinezza perduta e alla felicità dei giorni passati.
Per la sua relativa semplicità di esecuzione e il grande effetto emotivo, è una delle canzoni più amate e frequentemente eseguite dagli artisti di musical e non solo.
Tecnicamente non presenta particolari difficoltà e può essere facilmente eseguito da qualsiasi cantante femminile, la tessitura è quella centrale di un mezzosoprano.
Originariamente infatti, doveva essere eseguito non da una cantante professionista ma dall'attrice teatrale Judi Dench, sostituita all'ultimo momento da Elaine Paige, che portò il brano al successo internazionale facendone la propria canzone-simbolo con ben tre incisioni in studio e diverse registrazioni live.
Questo pezzo, che vanta anche numerose versioni strumentali, è stato inoltre eseguito da cantanti quali Betty Buckley, che ha interpretato Grizabella a Broadway, Barbra Streisand, Sarah Brightman, Barry Manilow, Judy Collins, Barbara Dickson, Petula Clark, Ute Lemper, Michael Crawford, José Carreras, e Michael Ball.


Per ch volesse ascoltare il brano nell’interpretazione di Elaine Paige:
http://www.youtube.com/watch?v=4-L6rEm0rnYhttp://www.youtube.com/watch?v=4-L6rEm0rnY

giovedì 5 dicembre 2013

Crêuza de mâ

Il pezzo di cui si parla nella nota sottostante è considerato da parte di critica e pubblico una delle pietre miliari della musica degli anni ottanta e, in generale, della musica etnica tutta.


"Crêuza de mâ" è la canzone d'apertura che dà il titolo all'omonimo album del 1984, l'undicesimo registrato in studio di Fabrizio De André.



Questo disco è stato ed è considerato da parte della critica una delle pietre miliari della musica degli anni ottanta e, in generale, della musica etnica tutta.
David Byrne ha dichiarato alla rivista "Rolling Stone" che "Creuza de ma" è uno dei dieci album più importanti della scena musicale internazionale degli anni ottanta, e la rivista "Musica & Dischi" lo ha eletto migliore album degli anni ottanta.
Tutte le canzoni sono in lingua genovese, idioma antico ricco di influenze mediterranee, tanto che il disco risultò di difficile comprensione linguistica persino per gli stessi genovesi.
Si tratta di una scelta che andava, nel 1984, contro tutte le regole del mercato discografico e che, contro ogni aspettativa, ha segnato il successo di critica e di pubblico dell'album, il quale ha infatti segnato una svolta nella storia della musica italiana.
In realtà, il disco doveva essere, originariamente, in una lingua mista, composta da idiomi diversi, propri di un marinaio che, navigando ormai da lunghi anni, si sente sia genovese, sia barcelloneta, sia arabo, e così via.
Si è poi deciso di utilizzare la lingua genovese poiché De André riteneva che rappresentasse già un misto di parole derivanti da lingue diverse.
Al centro dei testi vi sono i temi del mare e del viaggio, le passioni, anche forti, e la sofferenza.
Questi temi vengono espressi anche sul piano musicale attraverso il ricorso a suoni e strumenti tipici dell'area mediterranea, nonché all'aggiunta di contributi audio registrati in ambienti portuali o marinareschi, come quello raccolto al mercato del pesce di Piazza Cavour a Genova.
Tornando ad analizzare la canzone possiamo notare che la parola crêuza in genovese significa "sentiero" o "viottolo".
In questo caso la crêuza di ma è però riferibile in maniera allegorica a un preciso fenomeno meteorologico del mare, altrimenti calmo, che sottoposto a refoli e vortici di vento assume striature contorte argentate o scure, simili a fantastiche strade da percorrere.
Infatti prendere per "i viottoli del mare" è sinonimo della possibilità, o della necessità, di scegliere la via, intraprendere il viaggio, reale o ideale.
Il pezzo, considerato tra le più alte espressioni artistiche di Fabrizio De André e dell'intera canzone d'autore italiana, è interamente in lingua genovese.
Il testo è incentrato sulla figura dei marinai, e sulle loro vite da eterni viaggiatori, e racconta il loro ritorno a riva, quasi come estranei.
De André parla magistralmente delle loro sensazioni, la loro narrazione delle esperienze provate sulla propria pelle, la crudezza d'essere in balìa reale degli elementi; poi affiora una ostentata scherzosa diffidenza che si nota nell'assortimento dei cibi immaginati, accettabili e normali, contrapposti ad altri, come le cervella di agnello, o il pasticcio di lepre di coppi, decisamente e volutamente meno accettabili, e citati evidentemente per fare ironia sulla affidabilità e saldezza dell'Andrea.
Alla fine probabilmente la necessità o la loro scelta di vita, li riporterà al mare.
L'album è stato reinterpretato nel 2004 da Mauro Pagani, che ne ha rinnovato l'arrangiamento aggiungendo quel tocco di esotismo che caratterizza la sua musica: oltre alle tracce già presenti nel disco originale, in "2004 Creuza de mä" sono contenute "Al Fair", introduzione vocalizzata nello stile dei canti sacri della Turchia, "Quantas Sabedes", "Mégu Megùn", contenuta nel disco di De André "Le nuvole" e "Nuette", opera mai pubblicate a nome "De André".


Per chi volesse ascoltare questo brano:




giovedì 22 agosto 2013

Il testamento del capitano

Capitano alpino

Il racconto della famosa aria degli alpini “Il testamento del capitano” inizia nel 1528 quando Michele Antonio di Saluzzo, marchese e luogotenente del marchesato per conto di Enrico III, colpito sul campo di battaglia nei pressi di Napoli, prima di morire volle comunicare ai soldati le sue estreme volontà.
Ne nacque una ballata popolare che andò cantando gli ultimi istanti di vita del “Sor Capitani di Salusse”.
Quattro secoli dopo fu adottata, con alcune varianti, dagli alpini che si riconoscevano in quel “testamento” che durante la guerra li consolava nonostante fosse pervaso di una rassegnata mestizia e della nostalgia per i momenti gioiosi della vita.

Questo il testo della canzone:

El capitan de la compagnia
l'è ferito stà per morir
e manda a dire ai suoi Alpini
perchè lo vengano a ritrovar.
e manda a dire ai suoi Alpini
perchè lo vengano a ritrovar.

I suoi Alpini ghè manda a dire
che non han scarpe per camminar
O con le scarpe o senza scarpe
i miei Alpini li voglio qua.
O con le scarpe o senza scarpe
i miei Alpini li voglio qua.

Cosa comanda, siòr capitano,
che noi adesso semo arrivà?
Io comando che il mio corpo
in cinque pezzi sia taglià.
Io comando che il mio corpo
in cinque pezzi sia taglià.

Il primo pezzo alla mia Patria
secondo pezzo al Battaglion
il terzo pezzo alla mia Mamma
che si ricordi del suo figliol.
il terzo pezzo alla mia Mamma
che si ricordi del suo figliol.

Il quarto pezzo alla mia bella
che si ricordi del suo primo amor.
L'ultimo pezzo alle montagne
che lo fioriscano di rose e fior
L'ultimo pezzo alle montagne
che lo fioriscano di rose e fior.



Per chi volesse ascoltare la canzone
http://www.youtube.com/watch?v=xK4REQMyBsg


Per chi volesse ascoltare la canzone in una versione cantata da Mina:
http://www.youtube.com/watch?v=GYYiJAgyFnY

domenica 11 agosto 2013

Big Band Bossa Nova

Quincy Jones
Big Band Bossa Nova (1998)
Verve 0602498840399
11 brani – durata: 35' 44''

Uscito originariamente nel 1962 per la casa discografica di Chicago Mercury Records, è stato ristampato nel 1998 dall’etichetta Verve “Big Band Bossa Nova” l’album in cui il cantante, trombettista e produttore discografico statunitense Quincy Jones con arrangiamenti imponenti per una big band che annovera elementi di grande rilievo nel panorama musicale americano come tra i tanti: Clark Terry, Phil Woods, Lalo Schifrin, Jim Hall e, nel brano “Soul Bossa Nova”, Rahsaan Roland Kirk, esplora il mondo musicale brasiliano.
I pezzi presenti infatti hanno tutte le caratteristiche della bossa nova, genere nato in Brasile alla fine degli anni ’50 del ventesimo secolo, come: una struttura minimalista, un suono spesso soffuso su ritmo lento, se non lentissimo, ma con un incedere incalzante.
Oltre all’influenza della bossa nova, si avvertono in questo disco influssi di generi musicali diversi come longue e jazz, di cui Quincy Jones adotta strumenti e impianti sonori.
Tra le undici tracce di questo CD, tutte molto ritmate e di grande effetto, oltre alla notissima “Soul Bossa Nova”, comparsa nella colonna sonora di molti film tra i quali i più famosi sono “L’uomo del banco dei pegni” di Sidney Lumet e quelli della serie “Austin Powers”, interpretati dal comico anglo canadese Mike Myers, spiccano infatti le maestose e potenti rivisitazioni strumentali delle famose canzoni “Desafinado”, composta nel 1958 da Antonio Carlos Jobim e Newton Mendonça e originariamente interpretata dal cantante e chitarrista brasiliano João Gilberto, “Manhã De Carnaval” musicata dal chitarrista Luiz Bonfá su testi di Antônio Maria e “Lalo Bossa Nova”, pezzo scritto dal pianista e compositore argentino Lalo Schifrin.
Disco che racchiude un enorme varietà di generi sarà apprezzato da una vastissima varietà di appassionati che spaziano da quelli cha amano la musica brasiliana a chi è patito di musica jazz, da chi va pazzo per il lounge, a chi si vuole immergere nelle atmosfere, richiamate dalla variegata tracklist, dei più bei film interpretati da attori noti come: Peter Sellers, David Niven o Sean Connery.
Alla luce di quanto detto fin’ora si può quindi affermare, senza paura di smentite, che l’ascolto di questo disco sia vivamente consigliato. 

TRACKLIST

1 “Soul Bossa Nova” 2:44
2 “Boogie Stop Shuffle” 2:41
3 “Desafinado” 2:53
4 “Manhã De Carnaval (Morning Of The Carnival)” 2:55
5 “Se É Tarde Me Perdoa (Forgive Me If I’m Late)” 4:21
6 “On the Street Where You Live” 2:32
7 “One Note Samba (Samba De Una Nota So)” 2:00
8 “Lalo Bossa Nova” 3:12
9 “Serenata” 3:18
10 “Chega De Saudade (No More Blues)” 5:30
11 “A Taste of Honey” 2:56

sabato 15 giugno 2013

Malarazza


"Malarazza" è una canzone che Domenico Modugno, nel 1976, ha scritto rielaborando con la cantante siciliana Emma Muzzi Loffredo una poesia di un anonimo siciliano, pubblicata nel 1857 da Lionardo Vigo Calanna, marchese di Gallodoro (http://it.wikipedia.org/wiki/Lionardo_Vigo_Calanna).
Il testo parla di un servo che viene picchiato e maltrattato da un padrone prepotente e chiede giustizia a Gesù che, sconsolato, gli risponde di farsi giustizia da solo, se la vuole, tirando fuori i denti e combattendo perché nessuno la farà mai al posto suo.
Il brano, nel corso degli anni, è stato eseguito e rivisitato anche da nomi famosi della musica italiana come: Roy Paci & Aretuska, Carmen Consoli, Ginevra Di Marco e i Lautari.
Ecco il testo:

Nu servu tempu fa d’intra na piazza
.
Prigava a Cristu in cruci e ci dicia:

"Cristu, lu mi padroni mi strapazza

mi tratta comu un cani pi la via.

Si pigghia tuttu cu la sua manazza
.
Mancu la vita mia dici che è mia.

Distruggila Gesù sta malarazza!

Distruggila Gesù fallu pi mmia!

…fallu pi mia!"

Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? Pigghia nu bastoni e tira fora li denti!

Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? Pigghia nu bastoni e tira fora li denti!

E Cristu m’arrispunni dalla cruci:

“Forsi si so spizzati li to vrazza?

Cu voli la giustizia si la fazza!

Nisciuni ormai chiù la farà pi ttia!

Si tu si un uomo e nun si testa pazza,

ascolta beni sta sentenzia mia,

ca iu ‘nchiodatu in cruci nun saria

s’avissi fattu ciò ca dicu a ttia.

Ca iù ‘inchiadatu in cruci nun saria!”

Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? Pigghia nu bastoni e tira fora li denti!

Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? Pigghia nu bastoni e tira fora li denti!

Per chi volesse ascoltare questa canzone:
http://www.youtube.com/watch?v=ng2R9JRgaXc

lunedì 13 maggio 2013

Oltre il ponte

"Oltre il ponte" è un brano musicale scritto da Italo Calvino nel 1958 e musicato da Sergio Liberovici nel 1959.
Il testo della canzone tratta della Resistenza italiana, e vede un ex-partigiano narrare alla sua giovane figlia le sue avventure in guerra, ricordandole quanto i giovani dell'epoca, e io aggiungo anche quelli di oggi, sono scarsamente interessati alla storia del proprio paese.

Testo:

O ragazza dalle guance di pesca
o ragazza dalle guance d'aurora
io spero che a narrarti riesca
la mia vita all'età che tu hai ora.
Coprifuoco, la truppa tedesca
la città dominava, siam pronti
chi non vuole chinare la testa
con noi prenda la strada dei monti

Silenziosa sugli aghi di pino
su spinosi ricci di castagna
una squadra nel buio mattino
discendeva l'oscura montagna
La speranza era nostra compagna
a assaltar caposaldi nemici
conquistandoci l'armi in battaglia
scalzi e laceri eppure felici

Avevamo vent'anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch'è in mano nemica
vedevam l'altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent'anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l'amore.

Non è detto che fossimo santi
l'eroismo non è sovrumano
corri, abbassati, dai balza avanti!
ogni passo che fai non è vano.
Vedevamo a portata di mano
oltre il tronco il cespuglio il canneto
l'avvenire di un mondo piu' umano
e più giusto più libero e lieto.

Ormai tutti han famiglia hanno figli
che non sanno la storia di ieri
io son solo e passeggio fra i tigli
con te cara che allora non c'eri.
E vorrei che quei nostri pensieri
quelle nostre speranze di allora
rivivessero in quel che tu speri
o ragazza color dell'aurora.

Avevamo vent'anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch'è in mano nemica
vedevam l'altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent'anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l'amore.

Avevamo vent'anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch'è in mano nemica
vedevam l'altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent'anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l'amore

Nel 2005, all'interno dell'album "Appunti partigiani", i Modena City Ramblers ripropongono il pezzo insieme a Moni Ovadia utilizzando come base una musica tradizionale irlandese.


Per chi volesse ascoltare il brano:

giovedì 9 maggio 2013

Ballo in fa # minore


Ballo in fa Diesis Minore è un pezzo molto bello e imponente di Angelo Branduardi che fa parte dell'album "La pulce d'acqua" del 1977 che ebbe, all’epoca della sua uscita, un notevole impatto e, ancora oggi, conserva un discreto fascino.
 
La pulce d'acqua 1977

La melodia originale, che ha ispirato quest'opera, intitolata "Schiarazula Marazula", fu composta nel 1578 dal musicista e prete parmense Giorgio Mainerio, che probabilmente l’aveva tratta a sua volta da qualche brano tradizionale dell’epoca.
Le citazioni di questa canzone sono molteplici.
Come spiega lo stesso Branduardi: «C'è una forte allusione agli affreschi medioevali della "Danza macabra", dove la morte ballava coi vivi per poi portarli via.
In questo brano però, c’è l’idea che la musica abbia un potere talmente alto da far dimenticare alla morte di essere venuta per portarci via.
Un esorcismo della morte attraverso la musica e la danza.
C’è anche un rimando al film "Il settimo sigillo" di Ingmar Bergman, dove un cavaliere gioca a scacchi con la morte.
Mentre, insieme ad altre persone, sta attraversando una foresta di notte, distrae apposta la morte così che tre di loro possano fuggire.
E non è un caso che chi si salva sia un menestrello con la moglie e il figlio.
All’alba, i tre vedono su una collina la morte che porta via gli altri e il cavaliere che aveva dato la sua vita per la loro».




Per chi volesse ascoltare questa canzone:
http://www.youtube.com/watch?v=5tXNhkj7U4I

mercoledì 1 maggio 2013

Tammurriata nera


“Tammurriata nera” è una canzone napoletana del 1945 di E. A. Mario, che ne ha composto la musica, ed Edoardo Nicolardi, che ne ha scritto il testo.
Racconta la storia di una donna che mette al mondo un bimbo di colore, concepito da un soldato durante l’occupazione americana e tuttavia accetta il figlio, forte del proprio amore materno.
L’intera vicenda è raccontata da una specie di “coro greco”, che ironizza sul fatto che per quanto la donna rigiri il figlio, Seh, vota e gira, seh, seh, gira e vota, seh, o gli affibi nomi italiani come Ciccio, Antonio, Peppe o Ciro, ca tu ‘o chiamme Ciccio o ‘Ntuono, ca tu ‘o chiamme Peppe o Giro, il bambino che ha partorito è comunque nero, chillo ‘o fatto è niro niro, niro niro comm’a cche.
La nascita della canzone prende ispirazione da un episodio accaduto a Nicolardi, che vide un certo trambusto nel reparto maternità presso l’ospedale di Napoli Loreto Mare, di cui era dirigente amministrativo.
Una giovane aveva dato alla luce infatti un bambino di colore, e di fatto non era l’unica in quel periodo ad essere rimasta incinta dei soldati afro americani.
Tale episodio rappresentava una vera e propria svolta epocale per la società napoletana ed italiana, e Nicolardi, già autore di canzoni napoletane di un certo successo, fra cui la famosa “Voce ‘e notte”, insieme all’amico e consuocero, il musicista E. A. Mario, autore fra l’altro de “La leggenda del Piave”, scrissero di getto “Tammurriata nera”.
Fra i primi a rendere celebre il brano fu Renato Carosone, che contribuì a farlo diventare famoso in tutta Italia, rendendolo parte del proprio repertorio.
A livello discografico, però la versione più ricordata di “Tammurriata nera” fu quella registrata nel 1974 dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare, che rimase nella hit parade dei singoli più venduti in Italia per diverse settimane.
Fra gli altri interpreti ad aver cantato una propria versione del brano si ricordano Roberto Murolo, Vera Nandi e Gabriella Ferri.

Tammurriata nera


Io nun capisco ‘e vvote che succere
e chello ca se vere nun se crere nun se crere.
È nato nu criaturo, è nato niro,
e ‘a mamma ‘o chiamma Giro,
sissignore, ‘o chiamma Giro.

Seh, vota e gira, seh
seh, gira e vota, seh
ca tu ‘o chiamme Ciccio o ‘Ntuono,
ca tu ‘o chiamme Peppe o Giro,
chillo ‘o fatto è niro niro, niro niro comm ‘a cche...

S’ o contano ‘e cummare chist’affare
sti cose nun so’ rare se ne vedono a migliare.
‘E vvote basta sulo ‘na ‘uardata,
e ‘a femmena è rimasta sott’a botta ‘mpressiunata.

Seh, ‘na ‘uardata, seh
seh, ‘na ‘mprissione, seh
va truvanno mò chi è stato,
c’ha cugliuto buono ‘o tiro
chillo ‘o fatto è niro niro, niro niro comm’a cche...

E dice ‘o parulano, Embè parlammo,
pecché si raggiunammo chistu fatto ce ‘o spiegammo.
Addò pastin’ ‘o grano, ‘o grano cresce
riesce o nun riesce, semp’è grano chello ch’esce.

Meh, dillo a mamma, meh
meh, dillo pure a me
conta ‘o fatto comm’è ghiuto
Ciccio, ‘Ntuono, Peppe, Giro
chillo ‘o fatto è niro niro, niro niro comm’a che...

Seh ‘na ‘uardata seh
seh ‘na ‘mprissione seh
và truvanno mò chi è stato
c’ha cugliuto buono ‘o tiro
chillo ‘o fatto è niro niro, niro niro comm’a cche...

‘E signurine ‘e Caporichino
fanno ammore cu ‘e marrucchine,
‘e marrucchine se vottano ‘e lanze,
e ‘e signurine cu ‘e panze annanze.

American espresso,
ramme ‘o dollaro ca vaco ‘e pressa
sinò vene ‘a pulisse,
mette ‘e mmane addò vò isse.

Aieressera a piazza Dante
‘o stommaco mio era vacante,
si nun era p’ ‘o contrabbando,
ì’ mò già stevo ‘o campusanto.

E levate ‘a pistuldà
uè e levate ‘a pistuldà,
e pisti pakin mama
e levate ‘a pistuldà.

‘E signurine napulitane
fanno ‘e figlie cu ‘e ‘mericane,
nce verimme ogge o dimane
mmiezo Porta Capuana.

Sigarette papà
caramelle mammà,
biscuit bambino
dduie dollare ‘e signurine.

A Cuncetta e a Nanninella
‘e piacevan ‘e caramelle,
mò se presentano pe’ zitelle
e vann ‘a fernì ‘ncopp’e burdelle.

E Ciurcillo ‘o viecchio pazzo
s’è arrubbato ‘e matarazze
e ll’America pe’ dispietto
ce ha sceppato ‘e pile ‘a pietto.

Aieressera magnai pellecchie
‘e capille ‘ncopp ‘e recchie
e capille e capille
e ‘o recotto ‘e camumilla...
‘O recotto, ‘o recotto
e ‘a fresella cu ‘a carna cotta,
‘a fresella ‘a fresella
e zì moneco ten ‘a zella.
tene ‘a zella ‘nnanze e arreto
uffa uffa e comme fete
e lle fete e cane muorto
uè pe ll’anema e chillemmuorto.

E levate ‘a pistuldà
uè e levate ‘a pistuldà,
e pisti pakin mama
e levate ‘a pistuldà.

Per chi volesse ascoltare la canzone nella versione della Nuova Compagnia di Canto Poplare:
http://www.youtube.com/watch?v=ZXMPryOrMhs

lunedì 15 aprile 2013

Esterina - diferoedibotte (2008)

Esterina
esterina diferoedibotte (2008)
Nopop AS0002
12 brani – Durata 50’ 21’’

"Mia nonna si chiamava Esterina, veniva da un piccolo paesino fra i monti della mia terra e ogni mattina alle prime luci dell’alba si infilava un paio di stivali marroni logori, lacerati dal tempo e dalla fatica quotidiana e andava a lavorare i due ettari di terra che i suoi genitori, entrambi contadini, le avevano lasciato".

Con queste parole si presenta Fabio Angeli, chitarrista, cantante e leader degli Esterina, gruppo, formato oltre che da lui da altri validi elementi come: Giovanni Bianchini alla batteria, Giovanni Butori al basso, Alessandro Frediani al vibrafono, diamonica, theremin, synth e campionamenti e Massimiliano Grasso alle tastiere, fisarmonica ed elettronica, il cui esordio discografico, “diferoedibotte”, è uscito nel maggio del 2008, prodotto da Guido Elmi per l’etichetta bolognese Nopop e distribuito da EMI.
Esterina, band nata nel 1994 a Massarosa, piccolo paese della Toscana a ridosso della Versilia, prima di essere Esterina è stata per dodici anni Apeiron.
Con questo nome il quintetto toscano ha attraversato un decennio di musica, ha cercato nel rock le proprie ragioni e allo stesso tempo è andato molto oltre.
All’inizio della loro attività musicale infatti, si poteva rintracciare nei brani della band massarosese richiami a gruppi come The Doors, King Krimson e Area.
Successivamente gli interessi ed i punti di riferimento si sono frammentati in un orizzonte più vasto, eterogeneo e meno imitatorio, a vantaggio di una poetica personale che si è sviluppata nella ricerca formale e comunicativa intorno e oltre la forma canzone.
Questo modo di fare musica ha dato origine ad un album in cui l’ascoltatore si confronta con brani in cui una struttura musicale che riesce a combinare con naturalezza la capacità di rottura e la grazia della canzone d’autore italiana, l’immediatezza e la malinconia delle ballate popolari, intagli e accelerate elettriche che si impastano a battiti sintetici, ottenuta con strumenti propri di un trio rock, batteria, chitarra elettrica e basso, miscelati ad elettronica, sintetizzatori analogici, theremin, vibrafono e fisarmonica, fa da sfondo e da commento a testi che mischiano in modo sapiente la lingua italiana ad espressioni ed inflessioni proprie della terra toscana.
Le dodici pregevolissime tracce di cui si compone il CD, potenti e sentite che costituiscono una denuncia verso la società e un attaccamento a valori autentici, si focalizzano su un’analisi lucida della superficialità del mondo moderno, che si contrappone all’autenticità e alla semplicità dell’uomo di campagna.
Ciò è evidente nella trascinante “Razza di conquista”.
Ma soprattutto parlano di capacità d’indignazione, come in “Senza resa”, e di personaggi finti che hanno nella convenienza e nell’accumulo di credito la loro ragione di vita come quelli che sono dipinti nel brano “Baciapile”.
Alla luce di quanto scritto si può quindi affermare, senza paura di smentite, che questo degli Esterina è un disco d’esordio che difficilmente passerà inosservato e augurarci che gruppi come questi si affaccino sempre di più nel panorama musicale italiano.

lunedì 18 marzo 2013

Cinema

Andrea Fascetti
Cinema (2012)
Autoproduzione
8 brani + 2 bonus tracks – Durata 51’ 14’’

Registrato presso gli studi dell'Associazione Culturale Scuola di Rock di Camaiore, “Cinema” è il secondo disco del bassista toscano e virtuoso dello strumento Andrea Fascetti.
Accompagnato da una formazione di musicisti validi e preparati, si destreggia in alcune rivisitazioni in chiave jazz di brani tratti da colonne sonore opera di compositori, come John Williams, Lallo Schifrin, Bernard Hermann ed Henry Mancini, che sono considerati tra i massimi autori di musica da film.
La ricca e variegata track list di questo album in cui, pur rimanendo riconoscibili per il pubblico degli appassionati, vengono riviste e rielaborate melodie che coprono settant'anni di storia del cinema, si apre con il tema di “Schindler's List” reso etereo e toccante dalle note di basso e da un commento di pianoforte suonato con grande maestria dal giovane Andrea Garibaldi.
Continua con un omaggio musicale al maestro “Mario Monicelli”, illustre regista versiliese, ed al “Cinema Centrale”, edificio ormai chiuso da anni che molto ha dato alla cultura del comune di Viareggio, che si fanno apprezzare, il primo per un impianto lieve e seducente mentre il secondo per un ritmo serrato e coinvolgente dettato per lo più dalla batteria di Massimo Manzi.
In “Twisted Nerve”, brano conosciuto dai più per aver fatto parte del commento sonoro del film di Quentin Tarantino “Kill Bill”, al fischio snervante che lo caratterizza nella sua esecuzione originale viene sostituita la tromba di Marco Bartalini che conferisce al pezzo un'atmosfera che richiama ritmi sudamericani.
Assoli cupi, avvolgenti e puliti dello stesso strumento si ritrovano in “Vincent Price” mentre “Alice in Wonderland”, “Secret Love” e “Days of Wine and Roses” conferiscono a questo lavoro un ritmo più calmo e pacato al contrario di “Mission Impossible Theme” che spicca per una cadenza molto sostenuta con Fascetti che, nell'esecuzione del motivo, dà prova di una notevole attitudine all'improvvisazione e di uno spiccato senso della frase musicale.
Conclude questo CD, estremamente consigliato sia ai cultori di musica jazz che a quelli di colonne sonore, “When I Fall In Love” dove ancora una volta Bartalini, con la bravura che lo contraddistingue, evoca, con tromba e flicorno, momenti molto ricchi di pathos coinvolgendo gli ascoltatori in esperienze oniriche e di grande fascino.

lunedì 3 dicembre 2012

R/E/T/R/O

Latobesodelafazenda
R/E/T/R/O (2012)
16 brani – Durata 58' 10”

A quattro anni di distanza dal precedente EP “Al gran teatro dei burattini/Puralienazione (rmx '08)”, nel mese di novembre 2012, è uscito “R/E/T/R/O”, nuovo LP prodotto da Latobesodelafazenda, crew di matrice hip hop nata tra la Versilia e La Spezia.
Registrato tra i muri di sasso di una cantina di Manarola, una delle Cinque Terre, questo album è stato prodotto e musicato, a differenza del precedente, dal fonico Dario – Daddario, da Bud Lee, nuovo deejay/produttore della Fazenda, in collaborazione con il bassista Diego Piscitelli a cui si è affiancato il chitarrista Manuel Traverso.
Questo gruppo affiatato e preparatissimo ha dato vita a sedici brani, cantati su un impianto formato da sonorità fresche e particolari, in cui basi molto ben realizzate si amalgamano a linee di strumenti musicali quali, oltre a basso e chitarra, il flauto di Cristiano Rocchetta e il piano elettrico e l'organo hammond suonati da Leo Corradi.
Il tutto in equilibrio perfetto con testi, opera degli emcees Otha e Gigi Tone, che combinano episodi d'attualità e tematiche sociali scottanti con la voglia di dare un messaggio forte e inequivocabile.
Tra le numerose tracce presenti nel disco spiccano: “Imparanellati”, dove, dopo una breve intro, i musicisti si presentano, descrivono la loro attività all’ascoltatore e si assumono la responsabilità di quanto diranno, “Vele”, “Anima” e “Storto e dinoccolato”, in cui si parla delle storture del mondo e viene condannata la deriva verso cui sta andando l’individuo ormai privo di qualsiasi valore morale, che può essere combattuta e contrastata con attività quali la musica.
Per quanto riguarda le parole di questo lavoro, ottimamente masterizzato e dal suono limpido e chiaro, bisogna sottolineare che, a differenza di quello che accade per numerosi gruppi hip hop nazionali e stranieri, sono ben scandite e comprensibili.
Le rime poi non sono mai banali.
Molto bella infine anche la copertina in formato digipack la grafica dai toni cupi del CD opera del graffitaro e pittore Andrea Riot.
Una nuova conferma insomma per i Latobesodelafazenda, un collettivo che per i contenuti dei propri pezzi, che fanno riflettere sull'individuo e sulla realtà odierna, e la professionalità dei loro componenti, dovrebbe trovare nuovi canali per farsi conoscere non rimanendo confinato nell'ambito dell'hip hop.

giovedì 23 agosto 2012

Anco alle puce ni viene la tosse

I gatti mézzi
Anco alle puce ni viene la tosse (2006)
Autoproduzione
17 brani – Durata 51’ 14’’

Nel luglio 2006 è uscito “Anco alle puce ni viene la tosse” primo album autoprodotto de “I Gatti Mézzi” duo d'impronta jazz nato dal connubio tra i pisani doc Tommaso Novi, pianista, compositore e fischiatore d’eccellenza e Francesco Bottai, chitarrista e cantante.
Questo disco, distribuito principalmente durante i numerosi eventi live del gruppo, è composto da diciassette tracce, di cui sedici cantate in vernacolo pisano, che strizzano l’occhio ad un tipo di composizione ironica, sperimentale, colta e irriverente ai limiti del goliardico che scivola su melodie che spaziano dal jazz allo swing passando per le sonorità della più raffinata musica popolare.
Un mondo musicale di riferimento composto da grandi nomi della musica italiana come Giorgio Gaber, Paolo Conte, Enzo Jannacci, Fred Buscaglione e dal jazz francese manouche alla Django Reinhardt.
A dimostrazione di questa affermazione, si nota come il primo pezzo della variegata e divertente tracklist di questo CD sia una rivisitazione dello standard “Blue Drag” reso famoso dal chitarrista gitano.
Tra i rimanenti brani, composti e cantati per metà da Tommaso Novi e per metà da Francesco Bottai che alternano l’autobiografismo dell’uno allo stile immaginifico dell’altro e raccontano la città di Pisa in tutte le sue sfaccettature e contraddizioni, spiccano titoli improbabili ed evocativi come: “Bimbetto scalmanato”, un romanzo di formazione in quattro minuti, “Ragtime der trugolone”, e “Bello ‘r mi’ Arno”, una dichiarazione d’amore per il fiume toscano.
Il duo si trasforma anche in un quartetto, infatti nei pezzi live “Monkerino” e “I nostri porti” hanno suonato anche il batterista Matteo Consani e il contrabbassista Matteo Anelli arricchendo l’ensemble di nuove sonorità.
A testimonianza della varietà e validità delle fonti di ispirazione del disco e delle capacità vocali e musicali del duo bisogna segnalare infine che nel 2007 I Gatti Mézzi hanno vinto il Premio Ciampi (omaggio a S. Ronzani) per i brani “Tragedia dell’estate” e “La zuppa e ‘r cacciucco”.
Alla luce di quanto scritto quindi, non si può che consigliare l’ascolto di questo disco e augurarsi che realtà come queste che, pur non prendendosi troppo sul serio, esprimono musica di altissimo livello vengano allo scoperto sempre più spesso.


Per chi volesse avere un assaggio del disco:

Fra le bodde e'biacchi
http://www.youtube.com/watch?v=rI0s6nQFPBs&feature=related

Bimbetto scarmanato
http://www.youtube.com/watch?v=o393pMS-xqc&feature=related

 

Il cielo è di tutti

Roberto "Bobo" Rondelli
Uno dei brani proposti da Bobo Rondelli durante il concerto che ha tenuto il 22 agosto nell'ambito del Festival La Versiliana, è "Il cielo è di tutti", canzone inclusa nel suo disco del 2009 intitolato “Per amor del ‎cielo” in cui ha messo in musica la filastrocca di Gianni Rodari dall'omonimo titolo.
Questo pezzo del cantautore labronico così come l'efficace composizione del poeta di Omegna mette in risalto, poichè la natura stessa è a disposizione di tutti, l'assurdità delle guerre e di come gli esseri umani, purtroppo, preferiscano possedere piuttosto che condividere.
Qui di seguito per chi fosse interessato a leggerla, la poesia di Rodari:


 Il cielo è di tutti
Gianni Rodari

Qualcuno che la sa lunga
mi spieghi questo mistero:
il cielo è di tutti gli occhi
di ogni occhio è il cielo intero.

È mio, quando lo guardo.
È del vecchio, del bambino,
del re, dell’ortolano,
del poeta, dello spazzino.

Non c’è povero tanto povero
che non ne sia il padrone.
Il coniglio spaurito
ne ha quanto il leone.

Il cielo è di tutti gli occhi,
ed ogni occhio, se vuole,
si prende la luna intera,
le stelle comete, il sole.

Ogni occhio si prende ogni cosa
e non manca mai niente:
chi guarda il cielo per ultimo
non lo trova meno splendente.

Spiegatemi voi dunque,
in prosa od in versetti,
perché il cielo è uno solo
e la terra è tutta a pezzetti.


Per chi invece volesse ascoltare la canzone di Rondelli:
http://www.youtube.com/watch?v=eAtncWq7fK4&feature=related

domenica 15 gennaio 2012

Cine Jazz&Blues [2]

Il lungometraggio di cui parlerò in questa nota, che con "La storia infinita" è uno dei film che ho visto più volte in assoluto, è stato definito in molti modi: punto di riferimento della comicità demenziale, vero e proprio monumento della black music, pellicola culto, kolossal, fenomeno di costume. 


The Blues Brothers


"The Blues Brothers" è una commedia musicale diretta da John Landis e interpretata da John Belushi e Dan Aykroyd.
Il film, costato circa 30 milioni di dollari, è uscito nelle sale nel 1980, inizialmente stentando al box-office.
In poco tempo, tuttavia, si è formato un vero e proprio culto intorno alla pellicola grazie al favore dei critici di tutto il mondo ed il lungometraggio, con il suo cast di musicisti e cantanti, una trama che lo rende uno show musicale a tutti gli effetti e protagonisti come Belushi ed Aykroyd, è entrato di diritto nella storia del cinema.
I due comici interpretano i fratelli Jake “Joliet” ed Elwood Blues, personaggi inconfondibili nelle loro tenute nere e negli occhiali da sole Ray Ban, inventati ai tempi delle loro prime collaborazioni al celebre show televisivo statunitense Saturday Night Live.
Modello inimitabile di road movie musicale, la commedia è totalmente imbevuta del più trascinante blues e dei suoi derivati: rhythm & blues, rock and roll e soul, con una divertente incursione persino nel country & western.
La vicenda raccontata è pretestuosa e beffarda e recupera lo spirito del precedente lavoro di Landis, "Animal House", nel quale già si era presentato al pubblico, con la sua formidabile carica umana ed energia comica, il grande John Belushi.
Con l’impassibile e apparentemente pacato Dan Aykroyd, che firma la sceneggiatura del film insieme al regista John Landis, va a buon fine anche l’impresa di trovare una spalla efficace per il colosso Belushi.
La divisa da finti businessmen, costituita da un completo nero con cravatta nera e camicia bianca e da occhiali e cappello nero, che i due “fratelli blues” non si tolgono mai neanche nella sauna poi, è un’icona riconoscibile per i due protagonisti al punto da essere stata adottata moltissime altre volte da registi e produttori di programmi televisivi come marchio di fabbrica per i loro personaggi.
Questa in breve la storia del film: dopo l’uscita di prigione, Jake Blues e il fratello Elwood vanno a visitare l’orfanotrofio dove sono cresciuti e scoprono che naviga in cattive acque.
Se non si riusciranno a trovare entro undici giorni i 5.000 dollari di tasse arretrate da pagare infatti, la struttura sarà costretta a chiudere.
I due fratelli Blues di fronte a questa notizia non possono rimanere indifferenti, così iniziano la loro “missione per conto di Dio”.
Decidono di riunire i componenti della loro vecchia band musicale per un concerto che raccolga i fondi necessari.
Tutti gli ex componenti del gruppo si sono sistemati in altre attività ma non sanno resistere al richiamo del blues.
Tornano a suonare insieme incrociando strani personaggi e cantanti famosi e combinandone di tutti i colori.
I due fratelli riusciranno a procurare i soldi necessari e, dopo un gigantesco inseguimento in auto durato una notte intera, arriveranno all’ufficio delle imposte in tempo per salvare l’Istituto dalla chiusura.
Nel film recitano, oltre ai due comici, grandi nomi della musica alcuni, come: Aretha Franklin, Cab Calloway, Ray Charles e James Brown nella parte di personaggi del film altri, come John Lee Hooker, interpretando loro stessi.
Questi grandi artisti con la Blues Brothers band, gruppo creato per l’occasione ma che esiste tutt’oggi, hanno interpretato tutti i brani della pellicola dando vita a quella che è stata considerata la colonna sonora più famosa della storia del cinema.
Del ricco cast oltre ai musicisti fanno parte anche amici di John Landis come Steven Bishop, che ha collaborato alla colonna sonora di "Animal House", registi come Steven Spielberg, Frank Oz e lo stesso Landis, che regala agli spettatori una breve apparizione stile Hitchcock e personaggi vari come l’ex modella e icona degli anni ‘60 Twiggy e l’attrice Carrie Fisher, la principessa Leyla di Guerre stellari.

venerdì 13 gennaio 2012

Cine Jazz&Blues [1]

In questa sede sono a parlare di un lungometraggio, opera di uno dei registi americani più rappresentativi dell'ultimo trentennio, che analizza la vita tormentata e la folgorante carriera di uno dei sassofonisti jazz più talentuosi che la musica statunitense abbia mai espresso.


Bird


Prodotto e diretto da Clint Eastwood e scritto da Joel Oliansky, “Bird” è un film del 1988 che narra la travagliata esistenza e l'opera del sassofonista statunitense Charlie “Bird” Parker passato alla storia oltre che per la sua tecnica eccelsa, che pochi sono riusciti ad eguagliare, come esponente e padre fondatore, insieme al trombettista Dizzy Gillespie, del be-bop, stile del jazz, eseguito in prevalenza da musicisti neri, che si sviluppa nei locali della 52ma strada della New York degli anni '40 del '900.
In questo lungometraggio, da cui traspare il grande amore di Eastwood per la musica, ricorrendo alla tecnica del flashback si racconta, nello spazio di poco meno di tre ore, la folgorante carriera, ma soprattutto la tormentata vita, di uno dei più grandi geni che la musica americana abbia mai espresso.
Vengono mostrati così allo spettatore, senza rispettare una cronologia temporale definita ma procedendo secondo libere associazioni in modo da non smitizzare una leggenda come Parker riducendolo a “semplice” uomo problematico, episodi salienti della vita del sassofonista statunitense come: i grandi successi musicali, la schiavitù di droga e alcol, il rapporto con la moglie Chan, interpretata da una superba Diane Venora, la morte di una figlia e un tentativo di suicidio tramite l'ingestione di tintura di iodio.
L'attore texano Forest Whitaker, famoso per aver preso parte, oltre a questa, a pellicole famose quali “Platoon” e “Il colore dei soldi” poi, sembra nato per interpretare il ruolo di Parker.
Con quella sua faccia perennemente imbarazzata e la figura imponente riesce magistralmente ad immedesimarsi nel personaggio e ad esaltarne l’umanità e l'estrema fragilità.
Contribuisce inoltre a dare drammaticità all'opera ed a simboleggiare la tragicità della vita del famoso musicista il contesto, dovuto alla fotografia di Jack N. Green, artista il cui nome è legato a doppia mandata all'opera di Clint Eastwood, quasi sempre notturno e piovoso orchestrato su una tavolozza cromatica cupa, raramente rischiarata come nelle sequenze delle nozze ebraiche a Brooklyn, una delle più belle del film, del funerale dell'artista, o nel capitolo solare e allegro della tournée del quintetto di Parker nel profondo Sud degli Stati Uniti.
Oltre al lavoro denso di phatos di Green sono da menzionare anche le meravigliose scenografie di Edward Carfagno e Thomas Roysden, che hanno ricostruito completamente in studio la 52ma strada della Manhattan degli anni '40, e le musiche del sassofonista e compositore Lennie Niehaus che, aiutato dall'elettronica, è riuscito a isolare gli assolo di Bird, a suo tempo incisi su disco, oltre a qualche inedito, e a inserirli in nuove cornici orchestrate per l'occasione.
A testimoniarne la bellezza e la particolarità di questa pellicola ci sono infine i numerosi premi che ha vinto.
Presentato in concorso al 41° Festival di Cannes, “Bird” è stato insignito del Grand Prix tecnico per la qualità della colonna sonora ed è valso a Forest Whitaker il premio per la miglior interpretazione maschile.
Diane Venora, attrice che interpreta la devota moglie del protagonista Chan Parker, è stata premiata come Miglior Attrice non Protagonista dai New York Film Critics mentre le musiche di Lennie Neihaus, che mescolano sapientemente le registrazioni dal solista di Charlie Parker a suoni di musicisti moderni, hanno meritato l'oscar per il suono.
Alla luce di quanto scritto quindi, si può affermare che la figura di Charlie Parker che emerge dal film di Clint Eastwood sia molto distante da quella dell'artista maledetto per cui è stato fatto passare e consigliare la visione di questa pellicola non solo agli amanti del buon cinema ma anche a quelli della musica jazz.